Requisiti CSRD: cosa devono fare le aziende per essere conformi alla nuova direttiva UE
- Ar19

- 25 lug 2025
- Tempo di lettura: 12 min

La CSRD, ovvero Corporate Sustainability Reporting Directive, è la nuova direttiva europea che ridefinisce il modo in cui le aziende devono rendicontare le proprie performance ambientali, sociali e di governance (ESG).
A partire dal 2024 (con effetto su bilanci 2025), migliaia di imprese europee – e molte italiane – saranno tenute a pubblicare un bilancio di sostenibilità secondo criteri rigorosi e uniformi. Il cambiamento non riguarda solo cosa si comunica, ma anche come, con quali standard (ESRS), e secondo il principio della doppia materialità.
In questo articolo ti spieghiamo in modo chiaro e operativo chi è coinvolto, quali sono i requisiti principali della CSRD e come prepararsi all’adeguamento.
Cosa prevede la direttiva CSRD
La CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) segna un passaggio netto rispetto alla precedente NFRD. Estende il numero di imprese coinvolte e introduce un modello di rendicontazione più rigoroso, integrato e verificabile.
Dal 2024 (con riferimento ai bilanci 2025), le aziende soggette dovranno pubblicare informazioni ESG secondo gli standard europei ESRS, inserendole nel bilancio di gestione e non più in documenti separati. Il report dovrà essere redatto in formato digitale XHTML e sottoposto a verifica da parte di un revisore esterno (assurance limitata).
Il principio alla base è quello della doppia materialità: le imprese devono spiegare sia come i fattori ESG influenzano il loro business, sia quali impatti genera il business sull’ambiente, sulle persone e sulla società.
L’obiettivo della CSRD è chiaro: costruire un reporting comparabile e affidabile, utile per investitori, banche, stakeholder pubblici e privati. Non si tratta di un adempimento burocratico, ma di uno strumento operativo per governare il rischio, accedere a capitali e rafforzare la credibilità aziendale.
Chi è obbligato a rispettare i requisiti CSRD
La CSRD si applica in modo progressivo, ma coinvolge una platea molto più ampia rispetto alla precedente direttiva. L’obbligo di rendicontazione riguarda non solo le grandi imprese quotate, ma anche molte realtà non quotate, comprese le PMI in determinate condizioni.
Il calendario di applicazione è così strutturato:
Dal 1° gennaio 2024 (con rendicontazione nel 2025): imprese già soggette alla NFRD.
Dal 1° gennaio 2025: tutte le grandi imprese europee, anche non quotate, che superano almeno due dei tre criteri seguenti: 250 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato netto, 20 milioni di euro di totale attivo.
Dal 1° gennaio 2026: PMI quotate e alcune imprese non UE con filiali significative nell’Unione.
Dal 1° gennaio 2028: imprese extra-UE con ricavi superiori a 150 milioni di euro nell’UE e almeno una filiale o succursale rilevante.
Per molte aziende non ancora abituate al reporting ESG, la CSRD rappresenta una novità sostanziale. Oltre agli aspetti normativi, implica un ripensamento dei processi interni, dei sistemi informativi e delle competenze. Le imprese che superano le soglie dimensionali devono iniziare fin da subito a valutare la propria prontezza e definire un piano di adeguamento.
Quando entrano in vigore gli obblighi CSRD
La CSRD è entrata formalmente in vigore il 5 gennaio 2023, ma i suoi effetti si stanno concretizzando a partire dai bilanci relativi all’anno 2024. Le imprese già soggette alla precedente direttiva NFRD (grandi aziende quotate, banche e assicurazioni con più di 500 dipendenti) stanno completando in questi mesi il primo ciclo di reporting CSRD, con scadenze previste nel corso del 2025.
Ecco la tempistica completa, aggiornata:
2025 → pubblicazione dei primi bilanci conformi alla CSRD da parte delle imprese già soggette alla NFRD.
2026 → obbligo esteso a tutte le grandi imprese UE, anche non quotate, che superano almeno due dei tre criteri: 250 dipendenti, 40 milioni di fatturato netto, 20 milioni di totale attivo.
2027 → entrano le PMI quotate, con possibilità di opt-out fino al 2028.
2028 → obbligo per le grandi imprese extra-UE con ricavi >150 milioni nell’Unione e presenza stabile in almeno uno Stato membro.
A metà 2025, molte aziende stanno completando il primo bilancio ESG strutturato, mentre altre sono già in fase avanzata di raccolta dati e allineamento ai requisiti. Chi non ha ancora avviato un percorso strutturato si trova in una condizione critica: il ritardo organizzativo può compromettere l’affidabilità della disclosure, con conseguenze su audit, accesso al credito e permanenza nelle filiere regolate da KPI ESG.
La CSRD non lascia margini: è necessario trasformare i dati ambientali, sociali e di governance in flussi stabili, controllati, verificabili. Rimandare oggi equivale a esporsi a rischi strutturali domani.
I principali requisiti della CSRD: struttura, contenuti e standard
La CSRD definisce in modo puntuale cosa deve essere rendicontato, come deve essere strutturata la disclosure e secondo quali criteri vanno raccolti e pubblicati i dati ESG. Non si tratta più di raccomandazioni generiche: le imprese devono attenersi agli ESRS – European Sustainability Reporting Standards, sviluppati dall’EFRAG su mandato della Commissione Europea.
Il report deve essere integrato nella relazione sulla gestione, con pari dignità rispetto alle informazioni finanziarie, e seguire un formato elettronico XHTML conforme agli standard ESEF. L’assurance è obbligatoria: inizialmente in forma limitata, ma con possibile evoluzione verso forme più stringenti.
I contenuti obbligatori includono:
Strategia e modello di business, in relazione ai fattori ESG.
Obiettivi, piani di azione e risorse dedicati alla sostenibilità.
Governance, ruoli e responsabilità, inclusi i presidi di controllo e supervisione.
Politiche e metriche, anche settoriali, per misurare impatti, rischi e opportunità.
Risultati ottenuti rispetto agli obiettivi dichiarati.
Doppia materialità, con analisi degli impatti inbound e outbound.
Catena del valore, inclusi fornitori, partner e impatti indiretti.
I dati devono essere comparabili, verificabili, comprensibili e tempestivi. Le imprese devono dimostrare come le informazioni ESG influenzano la loro posizione finanziaria e come le attività aziendali contribuiscono, positivamente o negativamente, agli obiettivi ambientali e sociali dell’UE.
Quali sono gli ESRS e cosa includono
Gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) sono il riferimento tecnico e normativo su cui si basa la rendicontazione prevista dalla CSRD. Sono stati sviluppati dall’EFRAG e approvati dalla Commissione Europea per garantire coerenza, confrontabilità e solidità metodologica nel reporting ESG.
Al momento, gli standard pubblicati sono 12 e si dividono in tre categorie:
Standard trasversali (cross-cutting):
ESRS 1: requisiti generali, principi di rendicontazione, doppia materialità, struttura del report.
ESRS 2: disclosure obbligatoria su governance, strategia, impatti, rischi e metriche.
Standard tematici ambientali (ESRS E1–E5):
E1: cambiamento climatico (mitigazione e adattamento)
E2: inquinamento
E3: risorse idriche e marine
E4: biodiversità ed ecosistemi
E5: uso delle risorse e economia circolare
Standard sociali e di governance (ESRS S1–S4, G1):
S1: forza lavoro propria
S2: lavoratori nella catena del valore
S3: comunità interessate
S4: consumatori e utenti finali
G1: condotta aziendale
Ogni standard include obblighi di disclosure qualitativi e quantitativi, con specifiche metriche e indicatori. Le imprese devono applicare tutti gli ESRS, salvo esclusioni giustificate tramite analisi di materialità.
Nel tempo, sono previsti ulteriori sviluppi: standard settoriali, semplificati per PMI quotate, e standard proporzionati per imprese non quotate. Gli ESRS non sono solo un allegato tecnico: rappresentano l’ossatura del nuovo sistema europeo di accountability aziendale.
Come preparare un bilancio di sostenibilità conforme
Redigere un bilancio di sostenibilità conforme alla CSRD significa costruire un documento integrato, basato su evidenze e capace di dialogare con la dimensione strategica dell’impresa. Non è sufficiente compilare uno schema: serve un processo strutturato, cross-funzionale, guidato da una visione chiara e da competenze specifiche.
Il primo passo è definire una governance del reporting: attribuire responsabilità, creare una regia tra le funzioni coinvolte (sostenibilità, HSE, finance, HR, procurement) e attivare una regolare pianificazione interna. A seguire, occorre strutturare la raccolta dati secondo i requisiti degli ESRS, assicurandosi che le informazioni siano disponibili, tracciabili e verificabili.
Una volta selezionati gli aspetti materiali, le imprese devono raccontare in modo coerente:
quali politiche e obiettivi stanno perseguendo
con quali risorse e strumenti
secondo quali metriche misurano l’impatto generato
Tutto ciò deve essere documentato e supportato da evidenze interne, auditabili. Il dato qualitativo non può più essere generico: deve essere ancorato a processi, indicatori e responsabilità. Anche la narrazione deve cambiare: il bilancio non è più solo uno strumento reputazionale, ma un asset strategico.
Dal punto di vista organizzativo, questo passaggio obbliga le imprese ad attivare un vero e proprio progetto di trasformazione interna. Richiede una maggiore maturità nella gestione dei dati non finanziari, l’introduzione di sistemi digitali a supporto (reporting tool, piattaforme ESG, business intelligence), e soprattutto la diffusione di una cultura aziendale orientata alla trasparenza e alla misurazione degli impatti.
Chi anticipa questo lavoro oggi, sarà domani in grado di dialogare meglio con banche, clienti internazionali e filiere che stanno già adottando KPI ESG per valutare fornitori e partner.
Il principio della doppia materialità spiegato in modo semplice
La CSRD introduce in modo vincolante il concetto di doppia materialità, che rappresenta il fulcro dell’intero impianto normativo. Non si tratta solo di un criterio tecnico per decidere cosa includere nel bilancio di sostenibilità, ma di un cambio di prospettiva sul ruolo dell’impresa nella società e nell’economia.
Con la doppia materialità, le aziende devono considerare due dimensioni:
Materialità finanziaria: come i fattori ambientali, sociali e di governance influenzano la performance economica dell’impresa (es. cambiamento climatico che impatta sulla supply chain o sulla capacità produttiva).
Materialità d’impatto: come le attività dell’impresa influenzano l’ambiente, le persone e la società (es. emissioni, uso del suolo, condizioni di lavoro nella filiera).
Entrambe le dimensioni devono essere analizzate e riportate. Il bilancio CSRD non può più limitarsi a raccontare i rischi per l’impresa, ma deve evidenziare anche i rischi generati dall’impresa verso l’esterno.
Questo approccio richiede un lavoro approfondito di analisi e coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni. Non basta un questionario: serve un dialogo continuo, supportato da strumenti strutturati (interviste, workshop, valutazioni di scenario) e da una cultura aziendale capace di leggere i segnali deboli e anticipare gli impatti.
Chi applica correttamente la doppia materialità non solo rispetta un requisito normativo, ma acquisisce una visione più solida e integrata del proprio modello di business. E può usarla per orientare le scelte strategiche, gestire i rischi in modo proattivo e rafforzare il proprio posizionamento nel lungo periodo.
Il ruolo dell’assurance: cosa prevede la CSRD
Uno degli elementi qualificanti della CSRD è l’obbligo di assurance esterna sul bilancio di sostenibilità. Le imprese dovranno sottoporre le informazioni ESG a verifica indipendente, inizialmente con un livello di assurance “limitato” e, in prospettiva, “ragionevole”, analogamente a quanto avviene per i bilanci finanziari.
L’assurance limitata prevede che il revisore esprima un giudizio sull’assenza di errori materiali, basandosi su un numero selezionato di verifiche. Anche se meno approfondita rispetto alla revisione completa, rappresenta comunque un salto qualitativo rispetto al passato: vincola le imprese a strutturare un processo interno robusto e documentabile, e i revisori a dotarsi di competenze ESG specifiche.
Sono soggetti all’obbligo di assurance:
i dati quantitativi e qualitativi richiesti dagli ESRS,
l’analisi di doppia materialità,
il rispetto della struttura del report secondo il formato digitale XHTML.
Dal punto di vista operativo, questo comporta la necessità di costruire un sistema di controllo interno sul reporting non finanziario, con ruoli, responsabilità, audit trail e tracciabilità dei dati. L’area ESG non può più funzionare in modo isolato: deve dialogare con il controllo di gestione, l’area finance, la compliance e le operations.
Per le imprese, l’assurance non è solo un obbligo. Se affrontata in modo strategico, può diventare un acceleratore di maturità organizzativa. La verifica esterna spinge infatti ad anticipare errori, ridurre l’esposizione a rischi reputazionali, migliorare la qualità dei dati e rafforzare la credibilità verso banche, investitori e stakeholder istituzionali.
Impatti organizzativi: governance, processi e competenze richieste
Adeguarsi alla CSRD non significa solo aggiornare un documento, ma ripensare in profondità il modo in cui l’azienda gestisce i dati, assegna le responsabilità e sviluppa le proprie competenze interne. Il reporting di sostenibilità diventa un processo trasversale, che richiede allineamento tra governance, operations e strategia.
Il primo impatto riguarda la governance: il consiglio di amministrazione deve assumere un ruolo attivo nella supervisione della sostenibilità, definendo priorità, rischi materiali e obiettivi di lungo termine. La funzione ESG deve essere formalmente riconosciuta e dotata di presidio interno stabile.
A livello operativo, è necessario integrare il reporting ESG nei processi aziendali esistenti:
raccolta dati strutturata e continua, non più “a progetto”;
sistemi informativi in grado di gestire metriche ESG alongside ai dati economico-finanziari;
procedure di controllo interno, audit e validazione documentale.
Il vero nodo è quello delle competenze. La CSRD spinge le imprese a sviluppare nuovi profili professionali e aggiornare quelli esistenti. Servono figure capaci di leggere gli standard ESRS, interpretare scenari climatici, analizzare dati non finanziari, comunicare in modo trasparente e, soprattutto, lavorare in ottica sistemica.
Questo processo coinvolge ESG manager, controller, responsabili HSE, HR, procurement e funzioni legali. Ma richiede anche un investimento sulla cultura aziendale: sensibilizzare il management, formare i middle manager, coinvolgere i team di operations. La sostenibilità, per essere rendicontata in modo credibile, deve prima essere compresa e praticata.
CSRD e PMI: cosa cambia per le piccole e medie imprese
Anche le PMI entrano nel perimetro della CSRD, ma con tempi e modalità diverse. A partire dal 2026, le PMI quotate nei mercati regolamentati europei saranno tenute a redigere il bilancio di sostenibilità secondo uno standard semplificato, attualmente in fase di definizione da parte dell’EFRAG. È previsto un regime transitorio fino al 2028, ma la direzione è tracciata.
Per le PMI non quotate, l’obbligo non è diretto, ma molti effetti sono già visibili: filiere industriali e gruppi internazionali stanno anticipando le richieste di rendicontazione ESG anche ai fornitori. Le PMI che operano in settori esposti (chimico, costruzioni, energia, moda, GDO) si trovano sempre più spesso a dover rispondere a questionari di materialità, audit sociali e metriche ambientali.
In questo contesto, la sostenibilità diventa un fattore competitivo, non solo un obbligo. Le PMI che si dotano di strumenti per mappare i propri impatti, formalizzare politiche ESG e presidiare la supply chain saranno più credibili, più resilienti e più appetibili per clienti, finanziatori e talenti.
Per partire non serve costruire subito un report complesso: è più utile attivare percorsi graduali, con priorità chiare, partendo dall’analisi di materialità, dalla definizione di KPI rilevanti e dalla formazione delle persone chiave. La compliance può essere gestita in modo modulare, ma serve consapevolezza e una visione strategica.
Come attrezzarsi: strumenti, formazione e supporto specialistico
La conformità alla CSRD non si raggiunge con un solo intervento. Richiede un percorso di trasformazione che combina strumenti digitali, evoluzione dei processi e sviluppo delle competenze. Ogni azienda deve costruire un assetto su misura, partendo dalla propria maturità organizzativa.
Sul piano operativo, è fondamentale dotarsi di strumenti adeguati per:
mappare e presidiare i dati ESG in modo strutturato;
gestire workflow approvativi, versioning, audit trail;
integrare le metriche non finanziarie con i sistemi ERP e di controllo di gestione;
generare report conformi agli standard ESRS e al formato ESEF/XHTML.
Molte imprese stanno adottando piattaforme ESG verticali, tool per la valutazione di materialità, sistemi di raccolta dati centralizzati e dashboard evolute. Ma la tecnologia è solo un acceleratore. Serve un ecosistema capace di trasformare il reporting in leva decisionale.
La formazione è il secondo pilastro. Non bastano corsi generici: occorrono percorsi mirati per ESG Officer, HSE, figure finance, legal e HR. Serve una formazione che connetta gli standard normativi con i processi reali di business. Le competenze più critiche oggi sono quelle ibride: sostenibilità e controllo di gestione, ESG e procurement, dati e strategia.
Infine, in molti casi è strategico attivare supporto esterno qualificato: esperti in ESRS, revisori ESG, partner tecnici e advisor capaci di affiancare l’azienda nell’impostare roadmap, assessment di readiness, governance del dato, definizione dei KPI e modelli di rendicontazione.
Un approccio efficace parte da una domanda semplice ma centrale: “Quali informazioni ESG sarei in grado di produrre oggi, con che affidabilità e con quale livello di verifica?”. Da qui si costruisce il percorso, fatto di consapevolezza, strumenti e cultura del dato.
Conclusione – roadmap per l’adeguamento e risorse utili
La CSRD non è solo una normativa da rispettare: è un’occasione concreta per rafforzare i sistemi interni, migliorare la trasparenza e allinearsi alle aspettative di mercato. Le imprese che affrontano per tempo questo passaggio non si limiteranno a essere conformi: saranno più credibili, più resilienti e più attrattive.
Per affrontare l’adeguamento in modo efficace, è utile definire una roadmap realistica ma ambiziosa:
Assessment interno: analisi della readiness, gap rispetto agli ESRS, mappatura dei dati disponibili.
Governance: definizione dei ruoli, coinvolgimento delle funzioni e degli organi di controllo.
Formazione mirata: percorsi per ESG officer, controller, HSE, HR e figure chiave.
Strumenti e sistemi: introduzione di tool digitali per la gestione e il monitoraggio dei dati ESG.
Processo di rendicontazione: definizione del perimetro, materialità, raccolta dati e costruzione del bilancio.
Assurance: preparazione alla verifica esterna, audit trail, validazione documentale.
Comunicazione e stakeholder engagement: costruzione di una narrazione solida, trasparente, coerente.
Nel frattempo, è consigliabile tenersi aggiornati attraverso fonti ufficiali come:
EFRAG – per gli standard ESRS
Osservatori ESG, think tank e centri di ricerca accademici.
Chi guida oggi questo cambiamento, domani potrà trasformare la sostenibilità da obbligo normativo a vantaggio competitivo.
FAQ – Domande frequenti sulla CSRD
La mia azienda non è quotata: devo comunque adeguarmi
?Dipende. Se superi due delle tre soglie dimensionali (250 dipendenti, 40 milioni di fatturato, 20 milioni di attivo), l’obbligo scatta dal bilancio 2025. Anche se non direttamente obbligata, molte imprese sono coinvolte indirettamente come fornitori o partner di aziende soggette.
Posso usare i vecchi schemi di bilancio di sostenibilità?
No. La CSRD impone l’uso degli ESRS, che definiscono contenuti, struttura e standard metodologici. I report preesistenti devono essere rivisti e riallineati.
Chi deve approvare il bilancio di sostenibilità?
Deve essere integrato nella relazione sulla gestione e approvato dagli organi societari competenti, come avviene per il bilancio civilistico. Serve anche assurance da parte di un revisore terzo.
Quali sono le sanzioni in caso di non conformità?
Ogni Stato membro definirà un proprio sistema sanzionatorio. Ma al di là delle multe, il vero rischio è reputazionale: non conformarsi significa esporsi a esclusione da appalti, filiere o accesso al credito ESG-linked.
Come si svolge l’assurance sul report?
Attualmente è previsto un livello di assurance limitata, con verifica della coerenza, tracciabilità e completezza delle informazioni. In prospettiva, si evolverà verso forme più vicine alla revisione contabile.
Le PMI possono partire in modo semplificato?
Sì. Sono in arrivo standard proporzionati per PMI quotate, ma anche le PMI non soggette direttamente possono adottare un modello light, focalizzato su pochi KPI materiali e su un piano di miglioramento graduale.
Quali sono i costi stimati per adeguarsi?
I costi dipendono dalla complessità aziendale. Per molte imprese si tratta di un investimento iniziale importante (formazione, sistemi, supporto consulenziale), ma recuperabile nel medio termine attraverso vantaggi reputazionali, operativi e finanziari.

Alberto Rosso
CEO/Director AR19






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